Lallafly

Il mio cesareo e il mio per-corso di consapevolezza

Nella nostra cultura siamo poco abituati a tenere in considerazioni i nostri stati emotivi di sofferenza, ci viene più facile archiviarli sotto frasi comuni come “l’importante è che il bambino stia bene” o “ci sono problemi più gravi”.

Ci vuole coraggio e sensibilità per potersi guardare dentro e ammettere di avere bisogno di aiuto.

Ecco perché siamo onorate di pubblicare la testimonianza di C., una mamma che ha fruito del nostro per-corso “Ciao Cesareo, lascia andare la ferita del tuo cuore” e che ha voluto condividere con noi la sua storia.

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“Ciao Cesareo, lascia andare la ferita del tuo cuore”…proprio quello che sento: una ferita profonda, fisica e, soprattutto, emotiva, nel mio cuore che voglio lasciare andare.

Il mio cesareo

Ho subito un cesareo nel maggio 2013, alla 34° settimana: il mio bimbo in pancia aveva smesso di crescere. Non c’erano possibilità, a detta dei medici, di lasciarlo dov’era e aveva un peso stimato troppo basso per tentare un parto naturale indotto.

Quando sono rimasta incinta ho letto tanto in merito al parto naturale, rispettoso di mamma e bambino e scoprire da un giorno con l’altro che il mio sarebbe stato medicalizzato al 100% mi aveva mandato in crisi.

Lì per lì non ci pensavo più di tanto: l’importante era che mio figlio potesse nascere e stesse bene. Poi pian piano, nei giorni successivi alla nascita, ho iniziato ad accusare il colpo. Pensavo che avevo perso per sempre la possibilità di far sentire subito il mio calore al mio bambino (l’hanno subito portato in Utin perché piccino) e che quel taglio mi aveva portato sì ad avere mio figlio, ma non a partorirlo.

Usavo sempre dire “quando hanno fatto nascere mio figlio”. La delusione era stata tanta e, a ripensarci, la solitudine e la tensione e l’ansia che ho provato in sala operatoria erano immense.

Che dolore non poter vedere mio figlio

Ho visto il mio cucciolo oltre il telo verde non appena è uscito dal mio ventre per un secondo, tirato su come un trionfo e subito portato via per i controlli necessari. Ricordo ancora il suo viso-bellissimo -, il suo pianto, la sua grinta. Poi ricordo mio marito che, nella solitudine post intervento, mi è venuto a salutare e a dire che l’aveva visto e stava bene, ma che lo avevano intubato per precauzione.

Che dolore non poterlo vedere, che senso di vuoto, dopo tutti quei mesi insieme, che preoccupazione pensarlo in una incubatrice così piccolo e senza di me.

Ho chiuso in un vaso tutti i dolori del taglio e li ho dimenticati –mi sembrava proprio di non sentirli- cercando di mettere tutte le mie energie e i pensieri positivi nei suoi confronti e la mattina dopo –è nato nel tardo pomeriggio- ho subito chiesto di andare da lui.

Mi è stato sgarbatamente risposto che non potevo andare da lui da sola e che avrei dovuto aspettare l’orario di visita di mio marito per farmi accompagnare.

Lì ho sentito un dolore ancora più grande: ma come? Già me lo avete tirato fuori con la forza, la violenza, l’innaturalezza; poi me lo avete tolto subito ed ora, dopo una notte intera in cui ho solo desiderato vederlo e toccarlo, mi dite che no, da sola non posso andare?

Non mi andava bene. Avevo bisogno di lui e lui di me. Ho chiesto al ginecologo di turno che, non avendo presente la mia situazione, mi ha detto che dal reparto potevo uscire quando volevo. E io, nella mia solitudine e con la mia lentezza-i punti tiravano, ma piena di grinta materna, ho preso l’ascensore e fatto 7 piani, fino al reparto dove c’era lui.

Era tutto così innaturale: mascherina, camice, copri scarpe, mille raccomandazioni delle infermiere e il loro: “lo puoi guardare, ma per ora non lo puoi toccare”.

Un altro colpo al cuore.

Dove era l’idea di nascita e di attaccamento che avevo in mente? Dove erano tutte le belle parole che l’ostetrica del consultorio e l’insegnante di yoga mi avevano raccontato in merito alla magia della nascita? E tutte le teorie sulla nascita senza violenza che avevo letto con emozione quando sono rimasta incinta? E queste erano le conseguenze di un cesareo?

Me ne ero convinta… e non gliel’ho perdonato per molto tempo…. A. era bellissimo, identico, ma in miniatura, al suo splendido papà. Indifeso e solo. E io impotente. Ho potuto toccarlo attraverso i buchi dell’incubatrice solo il giorno dopo e prenderlo in braccio per pochi secondi il giorno dopo ancora.

L’allattamento: un modo di sentirmi almeno un po’ Mamma

Poi, ho potuto anche attaccarlo al seno. Mi tiravo il latte e glielo davo perché non aveva la forza di succhiarlo direttamente, ma me lo attaccavo al seno ogni volta che potevo perché, già che non ero una mamma completa avendo dovuto farlo venire alla luce con un taglio e non avendolo potuto stringere tra le braccia da subito (sapevo l’importanza dei primi momenti insieme), almeno –ero certa- l’avrei allattato (e così è stato fino i suoi 2 anni e mezzo!).

Così sì che mi sarei sentita almeno un po’ Mamma… tutte le mie energie erano, in quei primi giorni, volte a dargli il mio latte e il mio calore.

Per fortuna stava bene e in 10 giorni, appena raggiunti i 2 kg di peso, l’ho potuto portare a casa e tenere sempre con me, giorno e notte in braccio o in fascia. E lì è iniziata la mia vera vita da mamma! Senza interferenze, senza tubi, senza camici o mascherine, senza punti sulla pancia.

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Il percorso verso la consapevolezza

Al taglio non pensavo. Ma il dolore emotivo e fisico dentro era forte. Si faceva sentire in modo sottile. E cercavo informazioni costanti sul parto naturale dopo il cesareo pur non essendo incinta per la seconda volta.

In merito alla ferita del taglio mi accorgevo in modo evidente delle conseguenze a livello fisico: mal di schiena, sensazione di avere le gambe separate dal corpo, assenza dei miei addominali che erano stati scolpiti in 20 anni di basket….

Ma solo dopo 3 anni, leggendo un articolo di Kanner sull’armonizzazione del taglio cesareo il vaso di Pandora si è aperto. Ho pianto dall’inizio alla fine di quell’articolo in cui si raccontavano i vissuti, i pensieri e le emozioni del blocco energetico che comporta un taglio legato alla nascita.

Ho iniziato così il mio percorso di consapevolezza verso una liberazione della pesantezza che questo taglio, per me, porta con sé. Ho fatto un paio di utilissime armonizzazioni e scoperto questo per-corso che Lallafly propone alle donne. Mi sono iscritta al focus e poi ho comprato l’intero percorso.

Lallafly: un per-corso per stare meglio come mamma, moglie e donna

Il percorso in sé è stato interessante: ho sentito tutti i video praticamente in tre giorni, poi mi sono presa tempo per riascoltare, assimilare, provare a mettere in pratica le proposte.

Le relatrici mi hanno subito conquistato: empatiche, emozionate e piene di contenuti che toccano il cuore, che spiegano e e consolano, che esortano a scavare nell’anima e capire, che permettono di esprimere e tirare fuori emozioni e pensieri vissuti e ancora da vivere, che danno prospettive positive.

Ho spesso pianto durante l’ascolto dei video. Ho rivissuto momenti belli e momenti tristi del mio diventare mamma, cercando di vederli con creatività, da un punto di vista differente da quello di cui mi ero convinta da sempre.

Ho ancora qualche resistenza e qualche paura, ho ancora quel senso di impotenza e anche di ingiustizia addosso, ma mi sembra di vivere queste emozioni con una consapevolezza diversa e con maggiore serenità.

Tra le proposte più pratiche ho apprezzato le meditazioni guidate. Visualizzare e dare una prospettiva a pensieri positivi mi ha dato energia, così come visualizzare e lasciare andare le emozioni meno positive.

Tra gli strumenti a disposizione ho scelto la scrittura: l’esercizio dei personaggi mi ha aiutata a guardarmi dentro in modo più consapevole, a capire meglio chi sono e cosa mi piacerebbe essere e soprattutto di che mamma voglio e vorrò essere.

Anche attraverso la dichiarazione di intenti mi sono accorta di come la mente modifica lo stato d’animo e le azioni, in base a ciò che dichiariamo di volere e di voler essere…e questa è una bellissima conquista a livello personale.
Lasciare andare la ferita legata al cesareo è un percorso lungo e complesso per me perché ho vissuto questo evento in modo molto traumatico proprio dal punto di vista delle emozioni.

Il percorso di Lallafly è per me un inizio che già mi ha aiutata in modo significativo, ma che voglio riascoltare e rimettere in atto nelle sue proposte pratiche costantemente per prendere del tempo per me, per le mie emozioni, per i miei pensieri più profondi perché so per certo che mi servirà per stare meglio come mamma, moglie e donna.

c.

 

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